Incipit de La figlia di Clara Usón

La storia ci insegna che gli uomini e i governi
non hanno imparato nulla da essa
Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Le frontiere sono sempre state tracciate col
sangue
Ratko Mladić 

Mi ha colpito un video postato su YouTube, di un programma della televisione bosniaca, 60 minuta. Si apre sul primo piano di un uomo che parla in serbo al telefono, uno di quegli ingombranti Motorola che si usavano nell’ultimo decennio del ventesimo secolo. Con la mano libera (la destra) si arruffa i capelli e poi gesticola, per precisare quel che sta dicendo, anche se il suo interlocutore non lo può vedere e la sua enfasi va perduta. È robusto, con un faccione largo e il collo taurino. È sulla cinquantina e ha i capelli grigi, le sopracciglia folte e scure. L’immagine è sfocata, imprecisa, difetto acuito dalla forte luce solare che filtra da una vetrata, davanti alla quale si staglia la sagoma dell’uomo, in piedi e di profilo. Poi, l’obiettivo riprende due donne che lo osservano in secondo piano. Si assomigliano, forse perché hanno gli stessi capelli castani tagliati a caschetto, un’acconciatura seriosa, un po’ fuori moda, ma una delle due, la più alta, quella a sinistra con indosso un maglione rosso, è giovane, mentre la donna che è con lei no, appartiene alla stessa generazione dell’uomo, che non si vede più, però lo si sente dire al telefono, con la sua voce sonora, dal tono autoritario: «Sì, prepara una lettera di ringraziamento per quell’importo, cioè, i ventimila marchi tedeschi, più diecimila dollari canadesi, su carta intestata con i colori della bandiera serba e con la mia firma». La donna matura sorride, fa un cenno di approvazione con la testa e parlotta con la sua vicina. Se ne deduce che si tratta di una famiglia: padre, madre e figlia. Una scritta in sovrimpressione ci informa che questa scena risale al 10 luglio 1993. La scena seguente si svolge nell’ottobre dello stesso anno, in un mattino di sole, nel porticato di una casa di campagna, circondata da un bosco frondoso. Seduti su poltroncine di plastica intorno a un tavolo da giardino, un gruppo di amici o parenti chiacchiera tranquillamente e scherza. L’immagine è sempre poco nitida (il video dev’essere amatoriale), riconosco tra i presenti l’uomo e le due donne del filmato precedente. Anche qui sono molto vicini: il padre e la madre (dando per scontato che lo siano), seduti a un capo del tavolo, quello più lontano nell’inquadratura; la figlia (a cui sono cresciuti i capelli, che la brezza le scompiglia, e ha perso l’aria ingessata) sullo spigolo, a fianco del padre, ad angolo retto. Sono tutti in tenuta sportiva, come si addice a una giornata in campagna. Il padre indossa un giubbotto verde, sopra a una maglietta dello stesso colore, e la ragazza una maglia larga, rosa, da cui fuoriescono le punte del colletto di una polo blu marine. La madre la si vede appena, la nuca di un uomo le nasconde il viso. Il padre fuma e sorride soddisfatto, vezzeggia la figlia, la bacia sulla guancia ed esclama: «E che ci guardino pure in Canada!», frase che fa ridere tutti i presenti. Una voce fuori campo (forse l’uomo che sta riprendendo la scena) sollecita: «Si avvicini anche lei, Bosa». Si sentono delle risate, proteste incomprensibili della madre, qualcuno che commenta: «Dio aiuta tre volte», velate allusioni alla fama di sedicente donnaiolo del padre, che è chiaramente il protagonista del video e dichiara: «Non so, io mi fido solo di me stesso e del mio cavallo», e quindi si sganascia, gongolante per la sua stessa battuta, che anche la figlia mostra di apprezzare, divertita. Adesso al centro dell’inquadratura c’è solo la ragazza, di profilo, e quando sorride ricorda il padre, che guarda con affetto (o è ammirazione?). Improvvisamente la giovane donna gira la testa e offre la faccia allegra all’obiettivo.
Il fotogramma successivo è una lapide; il nome della defunta è scritto in cirillico, su un ritratto color seppia, dai contorni vaghi, orlato di nero. Poi, l’ingresso di un cimitero; un carro funebre che si avvicina; due addetti che portano una bara. La macchina da presa entra dentro una cappella angusta, con al centro un catafalco su cui è posato un feretro imponente, straripante di mazzi di fiori, corone e nastri bianchi che lo coprono con un eccesso un po’ grossolano. Vicino alla cassa ondeggiano le fiammelle di alcuni ceri.


 

■ Leggi la recensione → Io sono solo io

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