Recensione di Stavo soffrendo ma mi hai interrotto di Maurizio Sbordoni

Stavo soffrendo ma mi hai interrotto di Maurizio Sbordoni

 

Conosco Maurizio da cinque anni, da quando – come ci diverte ogni tanto ricordare – muoveva i suoi primi passi nella condivisione della scrittura su Scripta Volant.            
Quando ho ricevuto il suo libro non nascondo d’aver avuto qualche difficoltà. Sapevo che avrei letto la storia di un dolore che io non ho ancora affrontato, nascosto in una parte di me dove non vado mai a guardare: negazione, rifiuto di comprendere la morte delle persone che amo. L’amicizia mi ha dato la spinta per superare questo blocco. 

          
Ho cominciato a leggerlo con il timore di non riuscire a finirlo (che è il destino peggiore per un libro) e invece mi sono ritrovata a camminare insieme a lui tra camere d’ospedale, pareri medici, viaggi della speranza, cene con i parenti e insieme a noi: la famiglia.  Ed è proprio all’interno della famiglia unita ad affrontare la morte di sua madre, che si trova un vero e proprio giacimento di soccorso emotivo e personaggi: la zia Marika che parla citando proverbi, la nonna Madia dalla fantasia florida quando si tratta di discutere i posti dove vuole essere sepolta, l’aiutante sarda e quella peruviana, gli amici, i medici, il padre, le sorelle Ilaria e Stefania e molti altri. Chiunque abbia incrociato lo sguardo di Maurizio è stato fotografato e rappresentato in modo tale da essere una voce precisa. Tutti indizi e caratteri ben definiti e disposti lungo le 305 pagine di questa sua autobiografia.


«Poi ci abbracciamo.
Erano anni che non mi abbracciavo con le mie sorelle.
Solo quando le tocco mi rendo conto che le mie sorelle sono donne.
– Dobbiamo essere forti -, mi congeda Stefania sulla porta.
– Saremo quel che dovremo essere, – rispondo io».

Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, leggiamo nell’incipit di Anna Karenina, e qui, in questo abbraccio, ha inizio il cambiamento di questa famiglia, ciò che la renderà dolorosamente unica, e attraverso di essa Maurizio ci racconta la storia di chi si prepara a un addio, con l’aiuto dell’umorismo e della fede, e la storia della sua formazione: dello scrittore che diventa proprio mentre osserva il tempo che scade.

Questo è un romanzo onesto, così umano da giungere proprio dove ogni buon libro aspira ad arrivare: nella coscienza, e lì desta pensieri, interroga, lascia tracce su cui riflettere, sorridere. Parlare della morte non è facile, eppure i nove mesi che ci racconta Maurizio sono pieni di vita. Non è un paradosso, se leggerete il libro vi renderete conto che è proprio così.   
Siamo abituati a ricordare del dolore solo la parte peggiore, quella che brucia, la mancanza che produce il distacco. La grandezza di ciò che fa male nasconde alla vista ogni cosa, pezzi di vita buffi, superficiali, tremendi, importanti. Alcuni di essi sono gli stessi segnali che la vita ci lancia per non sprofondare.
Lo sguardo che c’è dietro questa penna è uno sguardo attento, fa una panoramica di tutto, stempera in qualche modo quella sofferenza, con la visione d’insieme.   
La prima cosa che verrebbe da dire è che il dolore viene affrontato con il sorriso, con la leggerezza delle persone simpatiche che sanno sdrammatizzare. Eppure ho trovato in questa storia l’onestà straziante di chi sta guardando le cose con la lucidità dell’istinto di sopravvivenza. Un’attenzione quasi chirurgica al mondo intero che subisce una scossa, agli appigli per non precipitare. Non si ride del dolore, non si fa nessuna parodia del destino: è il sentimento del contrario pirandelliano a colpire l’occhio. Tutto ciò che ieri era perfetto a guardarlo così, come si guasta in un attimo: viene solo da ridere.

«Una scena comica come la vita.    
Mi viene da sorridere, mi viene da ridere, non ho più voglia di piangere.       
Se non mi ricordassi di essere disperato riderei a crepapelle.    
E allora rido, fino alle lacrime.
Rido.
Rido.
Rido.
Magari il destino si spiazza se lo prendi in contropiede».

Ci devi mettere l’intelligenza vivace di Maurizio (che ama la vita ma soprattutto che la guarda dal suo preciso punto di vista) insieme a una personalità dotata di umorismo che non può che sottolineare la singolarità di come la sua vita dorata sia stata sgretolata dalla malattia davanti ai suoi occhi impotenti.         
Posso dire, dopo aver letto questo libro che alle cinque fasi di elaborazione del lutto manca l’umorismo.

A reggere l’equilibrio di questo racconto denso, c’è una scrittura spudorata, una prosa che ha lo stesso ritmo di una “risata ovattata”: l’uso della metafora è sorprendente. I pensieri si trasformano in immagini precise. C’è un’attenzione rispettosa per la frase tale che, nonostante sia solo al suo secondo libro, lascia scorgere uno scrittore che è maturato proprio durante la stesura di questa storia, qualcuno che ci condurrà ancora, mi auguro, dalle parti di Mizio, in giro per le vie della sua Roma, magari a cercare il prossimo personaggio.

Segnalo alcune frasi, per noi appassionati di citazioni:

«Rido, ma il suono che esce rimane ovattato, costipato in una nuvola come i pensieri nei fumetti».

«La clinica è nascosta nel cuore dei Parioli, come se i benestanti si vergognassero d’ammalarsi. […] Prendo l’ascensore che mi eleva fino a mamma, le porte si spalancano su tre infermiere che scherzano e ridono come fossero in dodici.
Pare l’infermeria di un Club Med tunisino.
Mi rilasso, in questo posto è impossibile soffrire».

 « – Buongiorno! – E tutti scattano in piedi come coltelli a serramanico».

« – Non può parcheggiare qui! – mi dice […]       
Vorrei rispondergli che avere una mamma paziente è molto peggio, che dovrei avere un posto riservato in mio onore, con le strisce filigranate d’oro e il mio soprannome fanciullesco ricamato con la vernice di topazio».

«La speranza è una perturbazione velocissima».

«Sono seduto dall’altro capo della tavola rispetto a mamma e papà […] Ve la racconto come mi viene: mamma, stanca per la quantità di veleno che si ritrova in corpo – quel tipo di veleno che è come l’amore, ti guarisce se non riesce a ucciderti – si affloscia.
Dalla mia schifosissima postazione la vedo adagiare il capo: con l’orecchio appoggiato sul tavolo, sembra che voglia sentire in anticipo l’arrivo della prossima portata».

«E allora, un’ondata di mamma mi attraversa, rimango senza fiato.
Mi avvicino a lei strusciando il divanetto, mamma dice che la vita è bella e meno male che è finita. Io la respiro, inspiro profondamente senza buttare fuori l’aria. Mi voglio trattenere mamma nei polmoni, non la espiro, soffio fuori solo quello che non è lei.
Lei mi sorride e fa una faccia buffa.
Che stai facendo? – mi chiede.
– Faccio scorta di te».

«Alcuni di noi accennano a entrare, altri scrostano il muro dall’intonaco con lo sguardo.
Io faccio entrambe le cose […]
E se la terra fosse l’inferno di un altro pianeta? »

«E infatti piove, piove tantissimo, sento picchiettare la pioggia sui vetri come ci fossero tanti nani accucciati sotto gli stipiti a tirare pinoli alle finestre».


Mauri, stavo soffrendo ma mia hai interrotto.

«Credo di soffrire solo io. Non nel perimetro di un tavolo lungo al massimo cinque metri per due, ma in tutto il mondo.          
Sto soffrendo solo io, in tutto il mondo».

Da questa solitudine, grazie a questo libro sei uscito non solo tu, ma anche noi che ti abbiamo letto.


In memoria di mio nonno e di mio cugino Marcello.

 

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